Pubblicato da: musikele su: febbraio 10, 2009
uno strumento metodologico che riassume in sè gli aspetti più qualificanti della proposta E/G.
Quando penso all’impresa, riaffiora il ricordo di quando, capo reparto alle prime armi, dedicavo molto tempo alla progettazione di contorte attività di reparto, strutturate su un arco di tempo sufficientemente lungo, allo scopo di realizzare in concreto gli obiettivi del progetto educativo. A queste lunghe attività a tema, dettagliate nei minimi particolari, davamo il nome di imprese (impresa di catechesi, impresa sul sociale, …). Normalmente l’attività aveva inizio con la produzione di una gran quantità di cartelloni, preparati durante lunghe riunioni di staff, che venivano presentati al reparto. I ragazzi apparivano affascinati e sembravano disponibili. Ma immancabilmente, in genere dopo circa tre mesi, il progetto naufragava, costringendo i capi a mettere i ragazzi di fronte alle loro responsabilità: “l’attività era bella, ma voi non mi siete impegnati (sic)”.
Dopo circa un anno, ad un comprensibile senso di frustrazione è subentrata la consapevolezza di una lapalissiana verità: ai ragazzi del mio bel progetto educativo non gliene importava niente; a loro interessava divertirsi. A partire da questa semplice constatazione sono stato costretto a rimettere in discussione il mio modo di fare il capo e a orientare la mia unità verso l’impresa permanente, ideata e gestita dagli stessi ragazzi.
L’impresa, intesa sia come modalità di lavoro specifica, sia come stile di vita del reparto, rappresenta una risposta educativa originale ad una realtà giovanile dominata dalla quotidianità e dall’assenza di dimensione progettuale. Quante volte, conversando tra capi, ci diciamo che i ragazzi di oggi sono diversi da come eravamo noi, che sono più disimpegnati, che fanno troppe cose, che… in effetti oggi i ragazzi sembrano non comprendere più l’idea di una scelta fondamentale su cui misurare i loro comportamenti; preferiscono piuttosto appartenere a più realtà, anche contraddittorie, senza però impegnarsi mai totalmente in una di queste, perchè se ciò avvenisse si precluderebbero la possibilità di cambiare, di tirarsi indietro. I ragazzi vivono quindi una realtà frammentata, una molteplicità di appartenenze, una dimensione di vita basata sulla progettualità a breve e brevissimo termine; ciò non è da ritenersi a priori negativo: probabilmente si tratta di un necessario adattamento ad una realtà esterna oggettivamente complessa e di difficile interpretazione.
Da qui però una sfida educativa di grande portata: educare al progetto, inteso come capacità di costruire la propria vita in base a scelte di valori precise, capacità di costruire insieme ad altri con creatività, entusiasmo, concretezza uniti a forti idealità.
Affinchè l’impresa sia davvero un progetto con la P maiuscola occorre fare chiarezza su alcuni aspetti irrinunciabili senza i quali il tutto si ridurrebbe nella migliore delle ipotesi ad una attività di animazione ben riuscita.
Schematicamente:
E i capi che ci stanno a fare? Paradossalmente i capi pigri partono avvantaggiati (?!) perchè la prima cosa che non devono fare è occuparsi di cose di cui possono tranquillamente occuparsi i ragazzi. Ai capi, tuttavia, spetta il difficile compito di realizzare la sintesi tra impresa, progetto educativo e progressione personale. Questa operazione non comporta forzature, ma richiede semplicemente sensibilità educativa (e non è poco); la progressione personale si realizza nelle imprese con l’assunzione di compiti in linea con le mete di ciascuno; il progetto educativo si realizza nell’impresa in termini di attenzione quotidiana al modo di lavorare, al “taglio” da dare alla verifica. Da qui discende l’importanza della verifica intesa come mezzo per radicare nella vita di ognuno l’esperienza vissuta dal reparto, che altrimenti si perderebe nella molteplicità di cui sopra.
È come se osservassimo uno stesso oggetto con occhiali a lenti di vari colori: ogni colore ci presenta l’oggetto in modo diverso, evidenziando maggiormente certi particolari. La verifica è la stessa cosa: aiutiamo i ragazzi a leggere i significati di un’esperienza mettendo ad ognuno di loro gli occhiali del giusto colore.
Concluderei sottolineando ancora tre aspetti:
Proviamo a raccogliere la sfida; certamente i ragazzi faranno il resto.
Alberto Pierbattisti – pattuglia nazionale E/G